di Fabio Chiocchia
1. Maisha
T'Shan spalancò improvvisamente gli occhi, spaesato e confuso. Un
improvviso rumore, come di un pezzo di legno che cozzava più volte contro un
altro lo aveva destato dai suoi tormentati sogni e come cercò di tirarsi in
piedi qualcosa gli strattonò i polsi provocandogli un dolore lancinante che si
propagò lungo le braccia, fino alle spalle.
Gemette per il dolore mentre dallo stomaco sembrò salirgli un conato.
Lo respinse a fatica non potendo però impedirsi di tossire convulsamente per
qualche secondo. Fatto ciò sembrò abbandonarsi allo sfinimento, ansimando
spasmodicamente come privo di qualsiasi forza. Si accorse quasi subito che questo
doveva essere dovuto alla posizione in cui si trovava. I polsi, che prima gli
avevano provocato quelle strazianti fitte, erano strettamente legati da delle
corde inchiodate a una parete di pietra.
La canapa che le costituiva era pregna del suo sangue vermiglio e
questo spiegava senza ombra di dubbio perchè le mani gli facessero così male.
Le funi gli stavano praticamente segando i polsi. La cosa che capì subito dopo
è che non era più sdraiato nel suo comodo letto ma che era stato appeso nella
posizione tipica di un crocefisso.
Doveva esserlo da parecchie ore se era così sfiancato nel fisico,
eppure non ricordava granchè della sera prima tranne che di aver preso posto
all'Ambasciata wakandana di New York e poi di aver cenato in uno dei ristoranti
più esclusivi della Grande Mela. Come era finito lì?
La paura cominciò a assalirlo
improvvisamente. Nessuno sano di mente poteva averlo posto in una tale
situazione. Dinanzi a lui l'oscurità era spezzata solamente dal fuoco
crepitante che consumava sparuti ceppi poco distante dai suoi piedi. Oltre la
luce debole che mandava quel fuocherello non riusciva a intravedere altro,
eppure proprio da quella oscurità nera come la pece arrivò improvvisamente un
altro suono del tutto uguale a quello che aveva udito poco prima.
Allora da un altro angolo della stanza arrivò una leggera risata,
flebile ma inquietante. Questa si fece man mano sempre più intensa finchè alla
luce fioca del fuoco non comparve un orribile volto. T'Shan [1]non
faticò a riconoscerlo come quello di una iena. L'animale aveva un grosso
sfregio che le percorreva il volto in diagonale e uno dei due occhi era
palesemente cieco. L'altro però ci vedeva benissimo e in quel momento stava
adocchiandolo mentre con la lingua la iena si nettava le labbra visibilmente
affamata. L'uomo cominciò ad agitarsi procurandosi però solo ennesimo dolore
mentre scuoteva la testa e, come poteva, il busto e le braccia cominciando ad
urlare.
-No!... no! Vattene! Vattene via! Vattene piccola bastarda!
La iena non sembrò affatto impressionata dall'improvviso scatto di
T'Shan né dalle
sue urla infatti rimase in posizione continuando a leccarsi semplicemente le
labbra finchè un ulteriore rumore del tutto uguale ai due precedenti non attirò
la sua attenzione. Allora finalmente colui che nel buio stava producendo quei
suoni parlò
-Calmati Mijeledi [2].
La iena sentendo quella voce sembrò calmarsi, accucciandosi
improvvisamente come un cane e perdendo quell'aria di feroce aggressività che
aveva fino a pochi secondi prima. Una figura emerse dal buio e si chinò
sull'animale carezzandole la testa e parlandole con inaspettato affetto.
-Il nostro ospite non è qui per diventare la tua cena. Ho progetti un
po' diversi per lui. Ma credimi se ti dico che
quando tutto questo sarà finito, ci saranno cadaveri in abbondanza da spolpare
per te e i tuoi fratelli e sorelle, Mijeledi.
Detto ciò l'uomo si alzò e finalmente venne alla luce, comparendo così
alla vista. Era seminudo, con l'eccezione di una gonnella fatta apparentemente
con la pelle di un ghepardo, e la sua pelle bronzea risaltava alla luce pur
flebile del fuoco. In mano portava un bastone che improvvisamente battè a terra
ravvivando inaspettatamente le fiamme e permettendo alla stanza di illuminarsi quanto bastava.
Ora finalmente si poteva capire dove si trovavano. Era una caverna,
pur non di grandissime dimensioni e in fondo, in un angolo si trovava un grosso
ceppo levigato sopra il quale evidentemente erano stati prodotti quei suoni che
prima avevano risvegliato il malcapitato appeso alle corde.
Una enorme pietra bloccava quella che doveva essere l'entrata alla
grotta e in un angolo si trovava una gabbia arrugginita, probabilmente quella
che aveva alloggiato la iena. Anche
l'uomo ora finalmente aveva un volto.
Lunghi capelli neri gli cadevano sulla schiena e verdi occhi
fiammeggianti si fissavano in quelli della sua vittima. Il viso aquilino era
completato da un lungo pizzo che gli scendeva dal mento, tenuto incredibilmente
in ordine. Anche sul suo volto come su quello della iena c'era una cicatrice
pur molto più piccola e che arrivava fino alla palpebra dell'occhio destro.
L'uomo tese la mano afferrando il volto della sua vittima e
stringendogli le guance tra il pollice e l'indice con una forza inaspettata,
inarcandogli il viso di lato.
-T'Shan, illustre Ambasciatore Wakandano alla sede dell'ONU e cugino
di Re T'Challa figlio di T'Chaka. Un ospite troppo illustre per esser gettato a
un branco di saprofogi cenciosi.
T'Shan cercò di togliere il suo viso dalla stretta del suo aguzzino ma
questi strinse più forte la presa arrivando a farlo gemere per il dolore.
-No… per te ho piani ben più interessanti, amico mio. E so che
potrebbero piacere anche a te, viste le tue particolari aspirazioni.
L'uomo lasciò quindi la presa su di lui e si diresse verso un angolo
della caverna in cui si trovava una ciotola e un pestello rozzo intagliato
evidentemente da un grosso sasso. Si sedette a gambe incrociate a terra e
cominciò a comprimere con esso il contenuto della ciotola recitando nel
contempo una strana litania a bassa voce.
T'Shan allora con voce rotta dal
terrore e anche dalla rabbia cominciò a urlare nella sua direzione.
-Ma chi sei? Cosa vuoi da me??? Come ho fatto a finire qui??
L'uomo però si portò il dito indice davanti al naso facendogli cenno
di tacere mentre continuava a lavorare con il pestello. Vedendo di non aver
sortito alcun effetto T'Shan cominciò allora ad agitarsi nuovamente
cercando di liberarsi delle corde che lo tenevano prigioniero.
L'unico risultato fu che esse penetrarono ancora più a fondo nei polsi
facendo cadere da essi una fitta pioggerella di gocce di sangue che sporcarono il pavimento
roccioso sotto di lui. T'Shan urlò per il dolore e il suo carceriere alfine
sollevò lo sguardo decisamente contrariato.
-Voi wakandani moderni avete perso del tutto il rispetto per le cose
più semplici e per le tradizioni. Un tempo avresti osservato un religioso
silenzio mentre uno sciamano metteva in opera le sue arti. Evidentemente nel
vostro sfrenato progresso non c'è più posto per le antiche usanze.
Colui che si era definito uno sciamano dunque si alzò e raccolse con
il dito da terra un po' del sangue di T'Shan mescolandolo al contenuto della
ciotola. Quindi fece cenno alla sua iena che si avvicinò circospetta prima di
cominciare a leccare le macchie di plasma che avevano impregnato il terreno.
Lo sciamano invece cominciò a immergere il dito nella ciotola dunque a
disegnare sul corpo della sua vittima degli strani segni concentrici. T'Shan
cercò di ribellarsi, agitandosi, ma ormai lo sforzo e la perdita di sangue gli
avevano tolto la maggior parte delle forze.
-Cosa mi stai facendo...? Cosa sono questi segni?
Chiese dunque con un filo di voce, oramai rassegnato alla sua
condizione. Lo sciamano gli rispose con un sorriso fintamente affabile.
-Ti sto rendendo immortale mio giovane amico. Ti sto rendendo
immortale.
T'Shan sgranò gli occhi non capendo cosa lo sciamano volesse intendere.
Immortale? Cosa significava immortale? Lo sciamano rise divertito del suo
spaesamento.
-Tutto ti sarà chiaro a tempo debito amico mio, non temere. Sei
destinato a grandi cose. Perfino più grandi di te.
Finì di disegnare i simboli sul corpo di T'Shan quindi cominciò
nuovamente a recitare la sua litania.
La iena si accoccolò ai suoi piedi mentre la voce dell'uomo da flebile
diventava sempre più forte. Alfine divenne perfino assordante e le parole che
pronunciava sembravano a T'Shan incomprensibili.
Ciò che però notò fu che i simboli che l'uomo gli aveva disegnato
addosso cominciavano insopportabilmente a bruciare.
-Cosa... Cosa mi hai fatto????
Un profumo di carne bruciata cominciò a riempire la caverna mentre ora
la litania dello sciamano veniva sostituita dalla sua folle risata. L'urlo di
dolore di T'Shan gli faceva quasi da controcanto mentre i disegni diventavano
sempre più incandescenti abbrustolendone la pelle.
Prima che su di lui calasse il buio l'ultima cosa che vide furono
quegli occhi, che non potevano che appartenere a un demone o a una creatura
sovrannaturale, e mentre alcune lacrime sgorgavano dai suoi occhi pregò per il
suo paese.
Pregò il Dio Pantera, per il suo Wakanda, perchè lo salvasse se esso
fosse dovuto capitare nelle mire del mostro che vedeva celato dietro quelle
iridi verdi.
Quindi il dolore causatogli dai segni disegnati sul suo corpo fu troppo
indicibile e T'Shan alfine svenne e l'oblio calò su di lui.
***
L'immenso verde della foresta pluviale, inerpicato sulle alture
rocciose veniva tagliato, come uno squarcio fatto con un enorme coltello caldo
su un panetto di burro, da una cascata che cadeva a strapiombo in un abisso
lontano.
Qui e là nel verde spuntavano enormi idoli in pietra raffiguranti le
effigi del Dio Pantera, antichissimi templi costruiti dai wakandani in tempi
immemori e ora per lo più invasi dai rampicanti. T'Challa aveva voluto però che
non fossero toccati, così come non aveva mai permesso che questo angolo verde
della sua patria venisse intaccato da alcuna operazione edilizia.
Lì era la natura a dominare e al Re questo stava bene. Spesso quando
aveva bisogno di sfuggire alla vita piena di impegni che conduceva al Palazzo,
T'Challa si ritirava tra le accoglienti fronde di quegli alberi o all'interno
degli atavici muri di pietra dei templi.
Spesso poi amava lanciarsi
nell'abisso dentro il quale scompariva la cascata, giù fin nella profonda pozza
d'acqua che si formava nella caverna sotterranea nella quale il fiume
confluiva.
Un tuffo da maestro, che però
non spaventava il figlio di T'Chaka, il quale con un'abilità da far invidia al
miglior campione olimpico penetrava l'acqua come una freccia senza il minimo
urto debilitante con la superficie. Quel luogo riusciva sempre ad aprirgli la
mente.
E quel giorno T'Challa ne aveva sul serio bisogno poichè c'era molto
su cui riflettere, questo era certo.
Quando riemerse in superficie, dopo aver raggiunto e toccato il fondo
sommerso della grotta annaspò prima di distendersi nella posizione del morto
sulla superficie. Mentre fissava la luce che entrava dall'apertura nel soffitto
insieme all'acqua scrosciante della cascata, la sua mente cominciò a vagare. Il
primo pensiero che gli sovvenne volò a Monica [3] e al loro imminente
matrimonio.
Non aveva mai creduto di poter provare una felicità pari a quella che
gli aveva suscitato quel si che lei aveva pronunciato quando lui le aveva fatto
la sua proposta. Ora più che mai sentiva di amarla profondamente nonostante le
nubi nere del pregiudizio fossero calate sulla loro unione.
Il suo popolo faticava, infatti, a accettare una straniera come sua
Regina e questo per un Sovrano era un grosso problema. La forte chiusura verso
il mondo esterno, che il Wakanda aveva da sempre adottato e che aveva portato
loro diversi vantaggi presentava purtroppo anche questo tipo di spiacevoli
inconvenienti e la domanda che più attanagliava T'Challa era una. Il suo popolo
lo avrebbe odiato per questo?
Oramai il suo ruolo di Sovrano stava assumendo sempre più un valore
solo simbolico [4] ma di quello di Pantera Nera non si poteva dire
altrettanto. T'Challa amava il suo popolo e lo avrebbe sempre protetto a costo
della sua stessa vita, ma poteva davvero svolgere appieno il suo compito se la
sua gente gli era ostile?
Con questa domanda che gli ronzava nel cervello T'Challa si immerse di
nuovo e stavolta mentre rimaneva sott'acqua si accorse di qualcosa si strano.
Sul fondo sommerso della grotta c'era qualcosa che prima non aveva notato, una
sfera lucida e grande quanto un pallone da basket che era adagiata tra i sassi
e luccicava a intermittenza come se volesse attirare la sua attenzione.
Incuriosito raggiunse,
nuotando, il fondale e cercò di sollevare la sfera che nonostante le dimensioni
sembrava a prima vista piuttosto solida e pesante. La trovò invece più leggera
di quanto immaginasse e riuscì facilmente a riportarla in superficie, dove,
poggiatala sopra una delle formazioni rocciose, ebbe il tempo di poterla
esaminare a fondo.
La superficie era levigata alla
perfezione ma guardandola con più attenzione alla luce del sole si notavano dei
piccoli intagli superficiali che sembravano stati fatti graffiando
semplicemente la sfera. Essi formavano una sola parola, un nome Swhaili,
Maisha. Maisha, cioè Vita? T'Challa inarcò un sopracciglio, perplesso, e
pronuncio il nome ad alta voce.
-Maisha!
La sfera si illuminò nuovamente come aveva fatto quando T'Challa
l'aveva vista la prima volta e una brezza leggera sembrò investire il Re del
Wakanda per qualche secondo. Da dove proveniva quel soffio di vento?
T'Challa si guardò attorno stranito ma l'unica cosa che riusciva a
vedere erano pareti rocciose e la galleria attraverso la quale l'acqua poi
defluiva nel sottosuolo. Improvvisamente grazie ai suoi sensi sviluppati però
avvertì una presenza. Si voltò e si ritrovò davanti qualcosa di inaspettato.
Una bambina si trovava sospesa
a mezz'aria sopra la superficie dell'acqua e dal suo corpo emanava una strana
luminescenza argentea. La visione sorprese il figlio di T'Chaka, che
indietreggiò fino a toccare la parete rocciosa con la schiena prima di
recuperare la calma e guardare nuovamente la ragazzina volteggiare come un
fantasma.
Sarebbe potuta passare per una normale bambina wakandana se non fosse
stato per i suoi abbigliamenti, una toga attillata come quelle che portavano le
donne ai tempi dell'antico Egitto. La sua pelle sembrava avere i colori del mogano
più pregiato e i suoi occhi erano azzurri come due zaffiri.
All'improvviso questa cominciò a parlare prima ancora che lui potesse
dire alcunchè.
-Io sono Maisha, T'Challa figlio di T'Chaka e sovrano del Wakanda. Tu
hai pronunciato il mio nome, vivente, e come mio compito, assegnatomi da tempo immemore
dal mio maestro, Ahmed il Giusto, io dissiperò per te le nubi del tuo
immediato futuro!
T'Challa ascoltò le parole della bambina, pronunciate con una voce ben
più profonda e adulta di quanto lui potesse aspettarsi. Strinse quindi
saldamente a sè la sfera quindi senza alcuna soggezione nei confronti di quella
visione parlò.
-Non ci sono nubi nel mio futuro, spirito! O comunque nulla che non
mostrerei mai così a cuor leggero. Non so cosa sei ma non ti ho chiamato per
mia volontà, ho semplicemente letto il tuo nome inciso su questa sfera.
La bambina lasciò cadere con serietà lo sguardo sulla sfera per
qualche secondo.
-La sfera rivela la sua presenza solo a chi ha qualcosa che vorrebbe
vedere nel suo futuro, mio Re. Se lei l'ha trovata allora qualcosa da chiederle
lei lo ha di sicuro.
T'Challa tornò a guardare l'oggetto sferico che teneva in mano. In
effetti qualcosa che voleva sapere c'era eccome. Mille dubbi lo attanagliavano,
non poteva non ammetterlo. In guerra o nelle questioni politiche era sempre
stato capace di prendere le decisioni più giuste e ponderate ma quando di mezzo
c'erano i sentimenti, il cuore, non sapeva mai come muoversi davvero.
Però non era neppure tipo da fidarsi ciecamente di ciò che gli diceva
un fantasma. Tra l'altro non si sarebbe mai atteso di dover trovarsi a fare i
conti con una cosa del genere, proprio ora che ad attanagliarlo erano problemi
ben più terreni.
-Nella mia vita ho avuto a che fare con molte cose strane, spirito.
Cose che un tempo non avrei mai neppure immaginato di dover vedere. Eppure
nonostante questo non sono così sprovveduto da accettare così le parole di uno
spettro uscito da una sfera, senza una prova concreta.
Maisha sembrò in un primo momento interdetta e indecisa sul da farsi
davanti alle parole del Re del Wakanda. Subito dopo però rispose.
-Non posso concederti altra prova che le predizioni che io porto,
T'Challa figlio di T'Chaka. Questo è l'unico compito che posso svolgere in
questa forma che mi trovo a rivestire e non sempre ciò che vedo nel futuro
degli uomini è chiaro e limpido. Ma so per certo che tutto quello che ho
previsto si è poi avverato.
Detto ciò la ragazzina tornò a volteggiare silenziosa dinanzi a lui.
T'Challa rimase a sua volta silenzioso per almeno un minuto, che passò a
riflettere continuando a guardare la sfera che teneva tra le mani.
Dopotutto avrebbe anche potuto provare. C'era un notevole margine di
rischio ma tutti i suoi nemici avevano imparato a caro prezzo quanto lui
potesse essere anche un uomo tenace e coraggioso.
Non aveva alcuna prova che quello spettro potesse davvero riuscire a
leggere nel suo futuro eppure non poteva negare di essere incuriosito da tutto
questo. Da dove veniva quella sfera? E chi era davvero Maisha? Forse in realtà
la sua curiosità era solo un tentativo di rifuggire dai pensieri che popolavano
la sua mente, sostituendoli con qualcosa di nuovo, ma se la bambina avesse
detto il vero... forse avrebbe potuto dare una risposta a tutti i suoi
immediati interrogativi.
-D'accordo Maisha. Voglio crederti. Porta ancora una volta a termine
il compito che ti è stato affidato e dimmi cosa vedi nel mio futuro!
Maisha fece un cenno di assenso con il capo quindi improvvisamente con
uno slancio divenne quasi impercettibile all'occhio e attraversò il corpo di
T'Challa.
Un gelido brivido di freddo sembrò ghiacciare il sangue nelle vene del
Sovrano del Wakanda, che rimase come paralizzato per quasi un minuto. Quando
alla fine Maisha abbandonò il suo corpo, T'Challa cadde carponi tremando come
se si trovasse nudo in mezzo a una bufera di neve.
Era questo che si provava ad essere attraversati da un fantasma?
T'Challa si sedette a terra cercando di generare calore sfregandosi le mani
addosso ma, appena alzato lo sguardo verso Maisha si bloccò di colpo. La
ragazzina era lì, sospesa davanti a lui, ma il suo sguardo era visibilmente
sconvolto.
-Lui sta arrivando...- disse improvvisamente con un tono lapidario.
Gli occhi di Maisha sembravano pieni di profondo terrore, quale T'Challa non ne
aveva forse mai visto in una bambina.
-Chi stà arrivando Maisha?
T'Challa tese una mano verso di lei ma la ragazzina spettro si spostò
indietreggiando e balbettando per qualche secondo cose incomprensibili e
volteggiando come una pazza sul soffitto della stanza. Alfine si bloccò e la
sua voce, rotta dal panico, sembrò amplificarsi di volume.
-Egli stà arrivando, T'Challa figlio di T'Chaka! E porterà morte e
distruzione sulla tua terra! Per secoli egli non ha covato che odio nel suo
cuore e scopo della sua esistenza è stato metterlo a frutto per tormentare i
suoi fratelli e l'umanità. Ora i suoi terribili occhi sono puntati sul tuo
regno, mio Sovrano! E nulla potrà salvaguardarlo dalla rovina che la sua
millenaria sete di potere porta con sè!
Maisha tornò a volteggiare come impazzita descrivendo delle evoluzioni
velocissime sul soffitto della caverna divenendo ancora una volta quasi
impercettibile. T'Challa la osservava attonito mentre la sua mente cercava di
assimilare ciò che aveva appena sentito. Chi stava arrivando? Di cosa parlava
quella ragazzina?
-Di chi stai parlando Maisha? Chi vuole mettere in pericolo il
Wakanda? Rispondimi!
Ma non ottenne altra risposta se non una lunga serie di tormentati
lamenti, finchè la bambina non si lanciò nuovamente dentro la sfera sparendo
dentro di essa. L'oggetto smise di emettere luce
e rimase lì tra le mani di T'Challa, ora una semplice sfera senza nulla di
particolare.
Il Re del Wakanda rimase a fissarla per qualche secondo quindi
pronunciò di nuovo il nome della bambina.
-Maisha!
Ma nulla avvenne. La ragazzina spettro non rispondeva più alla
chiamata del suo nome. Aveva dato la sua previsione al figlio di T'Chaka e ora
era tornata nel suo inusuale alloggio in attesa che qualcun'altro, che ne
avesse bisogno incessantemente volesse conoscere cosa gli riservava il futuro.
Sempre che lei fosse veramente in grado di farlo... T'Challa
nonostante tutto ciò che aveva sentito e visto continuava ancora a rimanere in
bilico su come considerare quella presunta profezia. Di sicuro, in ogni caso,
non poteva ignorarla del tutto.
Se davvero qualcuno stava per attentare alla sicurezza della sua
gente, T'Challa doveva essere pronto a respingere il suo attacco. Maisha non
aveva fatto altro che aggiungere più dubbi a quelli che il Re aveva già,
piuttosto che dissiparli. Avrebbe dovuto riflettere a lungo su tutto questo.
***
Dopo aver scalato la parete rocciosa della grotta e aver recuperato il
suo vestito da Pantera, debitamente nascosto in una sacca invisibile di sua
invenzione, T'Challa rientrò dalla finestra che dava su uno degli enormi saloni
del palazzo reale. Nella sacca che prima teneva al sicuro il suo costume
portava la sfera di Maisha.
Aveva deciso che per ora era meglio che nessuno dei suoi familiari e
amici sapesse nulla di ciò che era avvenuto nella grotta della cascata. Non
prima che lui avesse potuto compiere qualche ricerca approfondita sulla sfera e
sulla sua misteriosa occupante. Non avrebbe comunque tralasciato neppure di
analizzare a fondo le parole di Maisha. A chi poteva essersi riferita con le
sue parole?
-T'Challa.. sei tu?
I suoi pensieri furono improvvisamente interrotti dalla voce di Monica.
La ragazza discostò una tenda e apparve nella stanza con aria piuttosto
inquieta. Immediatamente T'Challa capì quanto la sua decisione di non dir nulla
della sfera fosse stata la migliore possibile in quel momento.
Senza che Monica lo percepisse poggiò la sacca invisibile su una sedia
quindi si tolse la maschera facendo un rassicurante sorriso alla sua amata.
Questo sembrò rincuorare Monica dato che l'espressione preoccupata sul suo
volto scomparve e anche lei rispose a T'Challa con un timido sorriso.
Nonostante le parole di Ramonda
[5], Monica era ancora turbata e gli faceva male come nulla al mondo
vederla afflitta.
-Sono io Monica. Ero andato alla cascata per una nuotata.
T'Challa si fece avanti e la
cinse tra le sue braccia posandole quindi un bacio sulle labbra prima di
carezzarle i capelli con delicatezza. Monica gli cinse entrambe le braccia
dietro il collo avvicinando a sè il volto di lui e baciandolo a sua volta.
-Credo che un giorno dovrai portarmi in questo tuo famoso luogo
paradisiaco-disse quindi una volta staccate le labbra dalle sue. T'Challa annuì
alle parole di Monica e stava anche per risponderle quando improvvisamente i
due udirono dei passi lungo il corridoio da cui lei era appena arrivata.
Nella stanza apparve quindi lo zio di T'Challa, S'Yan[6] che
fece passare un attimo lo sguardo dal suo Re alla di lui futura sposa prima di
parlare.
-T'Challa potrei parlarti un attimo, in privato?
Il vecchio S'Yan sembrava visibilmente cupo e nei suoi occhi T'Challa
trovò qualcosa che poche volte aveva visto nel suo fiero sguardo. Paura.
T'Challa sciolse così l'abbraccio dalla sua futura moglie e annuì.
-Senz'altro, S'Yan.
Diede un ultimo bacio a Monica poggiandole quindi una mano sulla
spalla
-Torno appena possibile, Monica.
La ragazza fece un cenno di assenso anche se sul suo volto T'Challa
vide nuovamente tornare quel velo nero di apprensione che affliggeva la sua
amata.
Separarsi da lei fu per lui
estremamente difficile ma sentiva di doverlo fare. Qualsiasi cosa potesse
spaventare un uomo come S'Yan non era da prendere sotto gamba.
I due attraversarono in silenzio il corridoio finchè non arrivarono
nella stanza della biblioteca, che S'Yan aprì con una tessera magnetica. Non
appena entrati S'Yan si poggiò a uno degli scaffali senza guardare in faccia
suo nipote.
-Si tratta di T'Shan...Dicono sia scomparso da tre giorni dal suo
alloggio a New York.
T'Challa guardò interdetto suo zio. Erano dunque le comprensibili
preoccupazioni di un padre a turbare così suo S'Yan. Stava per chiedergli
qualcosa di più ma suo zio riprese subito a parlare.
-Hanno trovato... del sangue nel suo appartamento. Eppure non
abbastanza da far credere che sia stato ucciso. Niente colluttazione a quanto
dicono, è stato portato via senza che facesse resistenza ma gli è stato
sicuramente fatto del male.
-Hai allertato subito i servizi segreti?- chiese T'Challa. Dopotutto
quelli wakandani erano tra i migliori al mondo, superiori senz'altro a quelli
americani.
Se c'era qualcuno che poteva ritrovare T'Shan quelli erano gli agenti
del Wakanda. Questo però non sembrò affatto rincuorare S'Yan.
-Si sono messi immediatamente al lavoro ma non sono riusciti ad
arrivare a capo di nulla.
T'Challa si poggiò con la schiena contro lo scaffale dei libri
assumendo un'aria corrucciata e cupa. Lui e T'Shan non erano mai andati
veramente d'accordo. Suo cugino aveva sempre aspramente criticato il regno e le
decisioni che T'Challa aveva preso e più di una volta aveva dimostrato di poter
avere il desiderio di sfidarlo per il trono.
Proprio per questo T'Challa aveva ben pensato di dargli il ruolo di Ambasciatore
del Wakanda alle Nazioni Unite. Sapeva che suo cugino aveva delle buone
capacità, forse perfino più di quante glie ne attribuisse suo padre, e sperava
che in quel ruolo sarebbe stato in grado di metterle a frutto anche per il bene
del suo paese.
Ma sopratutto era stata anche una mossa
politica, per tenerlo lontano dal Wakanda e evitare che potesse avere mire
fastidiose al ruolo di Re e Pantera. Nonostante i loro dissapori però T'Shan
era pur sempre suo cugino e parte del Clan della Pantera. Inoltre rispettava
troppo S'Yan e non avrebbe mai lasciato che suo figlio si trovasse nei guai.
-Credo che dovrò occuparmi personalmente della cosa allora- disse,
risoluto.
-Ce ne occuperemo insieme!- aggiunse S'Yan, che ora stringeva il pugno
e sembrava ver recuperato la fierezza che lo contraddistingueva, tutto d'un
tratto.
In altre circostanze T'Challa avrebbe rifiutato, ricordando allo zio
il gran numero di impegni e compiti importanti che aveva da svolgere, ma
stavolta non ne ebbe il cuore. Diede invece una pacca sulla schiena di suo zio.
-Due generazioni di Pantere Nere nuovamente in caccia.
S'Yan accennò un debole sorriso a suo nipote.
-E provino a fermarci...
T'Challa annuì compiaciuto. Ma dentro di sè non potè non sentirsi in
qualche modo nervoso. Forse era un suo presentimento ma sentiva che dietro la
sparizione di T'Shan c'era qualcosa di estremamente pericoloso.
Poche volte il suo istinto lo aveva mal consigliato e non poteva fare
a meno di ripensare anche alla profezia di Maisha. Che, sempre che Maisha
avesse detto il vero, le due cose fossero collegate? Si chiese per un attimo se
domandar consiglio al Dio Pantera non potesse essere una soluzione.
Era una cosa su cui doveva ben
ponderare, o rischiava di perdere ben più di quanto era disposto a mettere in
gioco.
***
L'aereo sorvolava l'Oceano Atlantico procedendo senza fretta verso
l'Africa. Al suo interno due uomini sedevano composti ai loro posti, uno
immobile e con lo sguardo spento, l'altro comodamente a suo agio, con le
braccia conserte sul petto e i piedi distesi.
Il primo di questi era T'Shan
mentre l'altro, pur irriconoscibile in abiti moderni era il misterioso
stregone.
-Non preoccuparti, T'Shan, amico mio. A tempo debito il tuo sogno si
avvererà.
T'Shan si voltò verso di lui senza parlare ma con il viso che mostrava
un espressione confusa e spaesata. Lo stregone sorrise con il suo ghigno da
squalo poggiando quindi una mano sulla spalla dell'uomo.
-Oh credimi ho sempre saputo delle tue brame di potere. Hai sempre
creduto che tuo cugino non fosse adatto a sedere su quel trono e a rivestire i
panni della Pantera Nera. E, non dubitare, sono d'accordo con te. Ma so anche che non
esiste alcun modo terreno in cui tu possa sperare di ottenere ciò che desideri.
Per questo io sono qui per darti una mano.
L'espressione facciale di T'Shan non cambiò minimamente e lo stregone
con un tono di voce mellifluo lo rassicurò.
-Non preoccuparti, tutto ti sarà chiaro a tempo debito. Il piano si
dipanerà lentamente e con i suoi giusti tempi. Per ora c'è solo una cosa che io
e te dobbiamo fare.
T'Shan sgranò gli occhi vedendo l'arcigna espressione che si era
disegnata sul volto dello stregone. Ancora una volta questi aveva assunto un
aspetto che lo faceva sembrare più un demonio che non un essere umano.
-Ora dobbiamo morire...- disse lo stregone. T'Shan spalancò la bocca
scuotendo istericamente la testa mentre con uno schiocco di dita dello stregone
l'areo cominciò a sobbalzare.
Quindi dopo essersi fermato si
inclinò in avanti e cominciò a cadere, precipitando in diagonale come una
freccia scagliata da un arco. T'Shan all'interno cominciò a battere i pugni
sulle pareti, agitandosi ma senza la possibilità di urlare di terrore.
Accanto a lui lo stregone, seduto ancora composto con le mani
incrociate al petto rideva.
Una risata malvagia e antica quasi quanto l'umanità stessa.
I suoi occhi fiammeggiarono come due crateri carichi di lava e tirò la
testa all'indietro mentre le sue risate lo scuotevano come se fosse preso dalle
convulsioni.
Non smise di ridere nemmeno quando l'aereo impattò con la superficie
dell'acqua. Non lo fece nemmeno quando si inabissò.
Quel perverso sghignazzare accompagnò il velivolo nella sua lenta discesa,
come un tetro e inesorabile requiem.
Note
dell'autore
Prima di tutto immagino sia bene che mi presenti dato che sono nuovo
su MarvelIt e che questo è il primo capitolo della mia spero lunga avventura
sul sito. Mi chiamo Fabio, ho 26 anni e ormai sono diversi anni che mi diletto
nell'hobby della scrittura, non a caso ho sempre carezzato l'idea di diventare
autore di libri o sceneggiatore di fumetti. Sopratutto sono, fin da bambino, un
fan della Marvel e se Spidey resta il mio personaggio preferito della Casa
delle Idee, T'Challa lo segue molto da vicino. Quando ho saputo, quindi, che la
Pantera era disponibile per essere scritta non ho perso l'occasione e ho
imbastito una trama che spero vi intrigherà. La prima cosa che forse potete
notare è come il mio T'Challa sia molto poco "personaggio" e più
umano, così come la maggior parte dei protagonisti. Questo è dovuto al fatto
che amo molto basare le mie storie sui personaggi oltre che sulla trama e
cimentarmi nelle caratterizzazioni psicologiche. E caratterizzare un Re di uno
stato così particolare come il Wakanda e cercare di entrare nella sua testa, di
capire sopratutto cosa voglia dire per lui essere un sovrano è sicuramente
interessante. Altra cose che avrete notato è sicuramente l'elemento sovrannaturale
rappresentato in questo caso da un personaggio di mia invenzione, Maisha. Ho
sempre visto il Wakanda come una commistione di tecnologia e tribalità, con
elementi che spesso sfociano nel magico e nel sovrannaturale, e ho deciso di
accentuare molto sopratutto la seconda parte, ponendo, come vedrete, T'Challa
anche contro avversari e situazioni che non si sarebbe mai atteso di dover
fronteggiare. Un ruolo importante lo giocheranno poi ovviamente anche i
comprimari del Re Pantera, che spesso son stati trascurati dagli autori che han
messo mano su T'Challa ma che io mi divertirò a coinvolgere e caratterizzare
più approfonditamente. Spero vorrete seguirmi e sostenermi in questa avventura!
Al prossimo mese e saluti dal Wakanda!
Qui sotto trovate alcune note su vari personaggi della storia:
1-T'Shan, che avete avuto già modo di
conoscere su Marvel Knights è uno dei cugini di T'Challa, figlio di suo zio
S'Yan e ora Ambasciatore di Wakanda alle Nazioni Unite di New York. Sempre
stato segretamente geloso del cugino e uno dei più aspri contestatori del suo
regno, ha sempre desiderato sfidarlo per il ruolo di Pantera Nera.
2-"Flagello" in lingua swahili.
3- Monica Lynne, la storica fidanzata di T'Challa.
Ex musicista jazz, ha ricevuto recentemente da Pantera Nera la proposta di
sposarlo e diventare la sua regina, incontrando però la enorme diffidenza di
buona parte del popolo wakandano, molto prevenuto nei confronti degli
stranieri.
4- Il Wakanda è divenuto una monarchia
costituzionale con un Parlamento elettivo cui si affianca un Consiglio consultivo composto dai membri della
famiglia reale (Il Clan della Pantera) ed i membri del Governo in carica o
cessati, (sul modello del Consiglio privato Britannico). Il ruolo del Re è
stato quindi reso più onorifico, pur se ha poteri comunque più alti di un
comune re europeo.
5- Ramonda è la Regina Madre di Wakanda, matrigna di T'Challa e seconda
moglie di suo padre T'Chaka. Anche Ramonda è una straniera quindi, per forza di
cose, non può che essere solidale con Monica, avendo anche lei dovuto subire le
diffidenze del popolo wakandano a suo tempo.
6- S'Yan è lo zio di T'Challa, unico fratello vivente di suo padre
T'Chaka, suo fidato consigliere e precedente Pantera Nera. S'Yan è anche il
padre di T'Shan anche se lui e il figlio hanno sempre avuto un rapporto molto
difficile.